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1 dicembre 2014

Sentenza CGUE sui precari della Scuola: e adesso quali prospettive?

sentenza precari scuola

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Alla luce della recente sentenza della CGUE sui precari della scuola si può ragionevolmente ritenere che vi siano i presupposti per la promozione di azioni di risarcimento del danno da mancato recepimento della direttiva EU in favore dei dipendenti pubblici.

Al riguardo, giova sin da subito rilevare come la responsabilità dello Stato per violazione del diritto comunitario sia stata per la prima volta riconosciuta in via giurisprudenziale con la sentenza 19 novembre 1991, pronunciata a definizione del celebre “caso Francovich”.

La fattispecie concerneva il mancato recepimento della direttiva 80/97/CEE, che imponeva agli Stati membri la predisposizione di un meccanismo di tutela volto a garantire la liquidazione dei salari dei lavoratori in caso di insolvenza del datore di lavoro.

Tale responsabilità, inoltre – come appare sia accaduto anche nel nostro caso – risultava sensibilmente aggravata dall’impossibilità concreta di far valere l’effetto diretto della direttiva non trasposta.

Valutato ora che la Corte di Giustizia dell’Unione Europea, con la sentenza del 26.11.2014, ha condannato la normativa italiana sul personale precario della Scuola, per quanto riguarda docenti, amministrativi, tecnici ed ausiliari[1], mediante una interpretazione, vincolante per tutti gli stati membri, della norma europea contenuta nella Direttiva 1999/70/CE (che ha appunto “tradotto in legge” l’Accordo quadro CES, UNICE e CEEP sul lavoro a tempo determinato, e in particolare sulla clausola 5 punto 1).[2]

Preso altresì atto del fatto che la sentenza del 26.11.2014 stabilisce che la normativa italiana è da considerarsi illegittima e dovrà essere disapplicata dove prevede:  1). la possibilità del ricorso indiscriminato al rinnovo dei contratti di supplenza;  2) che vada negato il diritto al risarcimento del danno ai precari per i ridetti rinnovi indiscriminati.

Rilevato poi che per rispettare il citato “Accordo quadro” la legge italiana dovrebbe prevedere almeno una delle seguenti misure:

(a) indicazione delle ragioni obiettive che giustificano il rinnovo dei contratti;

(b) la determinazione della durata massima dei contratti;

(c) del numero dei loro rinnovi.[3]

Elementi invero mancanti nella normativa nazionale.

Ciò che se ne ricava è che gli insegnanti trovatisi nelle condizioni descritte nella sentenza – in ragione del fatto che i caratteri di sufficiente precisione, necessari per sancirne la diretta applicabilità della Direttiva, non risulterebbero esservi – potranno domandare allo Stato italiano il risarcimento del danno subito per mancato recepimento della direttiva.

Potendo anche presumere che  le “ragioni obiettive” quali i vincoli di bilancio, richiamati dallo Stato Italiano, possano avere alcun rilievo, essendo state già rigettate dalla Corte Europea che ha ben precisato come proprio l’applicazione concreta della normativa nazionale abbia condotto – nei fatti – ad un ricorso abusivo ai contratti a tempo determianto allo scopo di far fronte ad esigenze di personale permanenti e durevoli della Scuola.

In conclusione: per ottenere l’immissione in ruolo ed il mutamento del contratto a tempo indeterminato dei precari della scuola (docenti, amministrativi, tecnici ed ausiliari) si dovrà attendere di vedere come vorrà atteggiarsi la giurisprudenza di merito, risultando affrettato – allo stato attuale – fare previsioni sul punto, mentre appaiono esservi le condizioni per addivenire al risarcimento del danno per mancato recepimento della norma europea contenuta nella Direttiva 1999/70/CE che ha “tradotto in legge” l’Accordo quadro CES, UNICE e CEEP sul lavoro a tempo determinato.

Ad ulteriore conforto si richiama la nota sentenza del Tribunale Campobasso del 3 ottobre 2013, relativo ad un caso analogo (seppur dissimile), con cui è stata riconosciuta la somma di Euro 44.228,47, in favore di un medico che non aveva ricevuto alcuna remunerazione per la frequenza al corso di specializzazione post laurea, per via del mancato recepimento della direttiva da parte dello Stato Italiano.[4]

[1] La questione – che ha avuto ampio risalto su tutti i media – è giunta all’attenzione Corte di Giustizia dell’UE sotto forma di domanda pregiudiziale posta dal Tribunale di Napoli e dalla Corte Costituzione.

Il rinvio pregiudiziale (ex art. 267 TFUE) alla Corte di Giustizia viene provocato con ordinanza del giudice nazionale (ivi compresa la stessa Corte Costituzionale), con la quale si solleva una questione interpretativa su una norma comunitaria.

Il Giudice nazionale è tenuto ad interpretare ed applicare la norma comunitaria, che è fonte del diritto; tuttavia, ove sorgessero questioni di conflitto con una norma interna, disapplica la stessa norma interna, e se vi fossero dubbi sull’interpretazione della norma comunitaria può risolverli interpretando la norma comunitaria (mai disapplicandola) o può sollevare la questione pregiudiziale sull’interpretazione della stessa davanti alla Corte di Giustizia.

La decisione della Corte, tramite una sentenza giuridicamente vincolante, è l’interpretazione ufficiale della questione e come tale vale per tutti gli Stati membri.

[2] La sentenza in esame, dunque, vincola il giudice nazionale che sarà tenuto ad applicare la norme così come interpetata correttamente dalla CGUE e rappresentano un precedente vincolante nella decisione di questioni simili.

[3] Questi sono i requisiti richiesti dalla già menzionata clausola 5 dell’Accordo.

[4] Tale condanna è conseguenza della scelta del legislatore italiano non aveva attuato, se non tardivamente ed in maniera incompleta, le direttive comunitarie nn. 362\1975, 363\1975 e 76\1982, le quali prevedevano il diritto dei medici specializzandi a percepire un’adeguata remunerazione per la partecipazione ai corsi di specializzazione, mediante la corresponsione di una borsa di studio annuale per tutta la durata dei corsi di specializzazione prescelti, con condanna in solido del Ministero dell’istruzione, dell’Università e della ricerca scientifica e della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Avv. Marcello Padovani

Avv. Antonio Rosetta

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