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26 maggio 2014

Il rapporto di convivenza. Effetti (e rischi) sul piano giuridico.

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 La famiglia è un’isola che il mare del diritto può lambire, ma lambire soltanto.

Con questa fortunata espressione, risalente agli anni ’40 del secolo scorso, un autorevole giurista definiva i rapporti che avrebbero dovuto intercorrere tra la legge e la vita familiare.

Non è molto dissimile la concezione accolta dall’art. 29 della nostra Costituzione, che riconosce “i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio”.

L’idea di fondo è quella della separazione tra i rapporti familiari e l’interferenza della legge, onde evitare l’invasività dello Stato sperimentata durante il fascismo.

Ad oltre mezzo secolo dalla formulazione dell’art. 29 Cost., tuttavia, è innegabile che tale concezione dei rapporti tra legge e famiglia e tra questa e il matrimonio, sia stata progressivamente superata a fronte del mutato contesto sociale del nostro paese.

Da una parte il legislatore ha ampliato i margini di intervento nei rapporti familiari tradizionali, dall’altra, la giurisprudenza è intervenuta in più occasioni per riconoscere rilievo giuridico al legame affettivo, anche laddove non consacrato nel matrimonio, attraverso un progressivo riconoscimento della cd. famiglia di fatto.

L’esigenza sottesa a questa ‘erosione’ dell’autonomia della vita familiare è stata quella di garantire protezione ai soggetti deboli nei rapporti familiari.

Con l’espressione famiglia di fatto si intende l’unione tra due persone che, pur non avendo contratto matrimonio tra loro, convivono more uxorio, cioè come in matrimonio, ripetendo lo stile di vita proprio delle coppie sposate

Già dalla  formulazione della Carta Costituzionale si evince, del resto, un’intima contraddizione: da una parte la famiglia è una società naturale, una comunione affettiva di persone che preesiste all’ordinamento giuridico, dall’altra, essa si fonderebbe esclusivamente sul matrimonio, istituto di carattere giuridico regolato nel dettaglio dagli art. 79 e ss. cod. civ.

            Ma quali sono le conseguenze giuridiche della convivenza more uxorio?

In prima battuta, è i caso di precisare che nel silenzio della legge, i rapporti economico-patrimoniali tra conviventi possono essere dagli stessi regolati tramite accordi, che possono essere finalizzati a regolamentare i reciproci rapporti sulla falsariga di quanto previsto per i coniugi nel matrimonio.

La convivenza ha, poi, una suo rilievo in caso di cd. impresa familiare di cui all’art. 230 bis cod. civ. Secondo la giurisprudenza infatti, il lavoro prestato dal convivente more uxorio, analogamente a quello coniugale, si presume gratuito nel caso di stabile e duratura “comunione di vita economica e spiriturale”.

La giurisprudenza ha riconosciuto in capo al convivente more uxorio il diritto al risarcimento dei danni morali e patrimoniali derivanti dalla morte del partner cagionata dal terzo una volta provata  “l’esistenza e la durata di una comunanza di vita e di affetti con vicendevole assistenza materiale e morale (Cass. 29/4/05, n. 8976) nonché in caso di comportamenti forieri di danni nei rapporti interni.

Il legislatore ha poi dato rilievo alla convivenza in numerose disposizioni su materie specifiche espressione del riconoscimento della famiglia fondata sulla convivenza:

 la legge 10 dicembre 2012, n. 219, con cui è stata abolita ogni residua discriminazione tra figli “legittimi” e “naturali”; la legge 8 febbraio 2006, n. 54, che, introducendo il c.d. affidamento condiviso, ha esteso la relativa disciplina ai procedimenti relativi ai figli di genitori non coniugati; la 1. 19 febbraio 2004, n. 40, che all’art. 5 prevede l’accesso alle tecniche di fecondazione assistita da parte delle coppie di fatto; la l. 9 gennaio 2004, n. 6, che, in relazione ai criteri, di cui all’art. 408 c.c., per la scelta dell’amministratore di sostegno, prevede anche che la stessa cada sulla persona stabilmente convivente con il beneficiario, nonché, all’art. 5, in relazione all’art. 417 c.c., che l’interdizione e l’inabilitazione siano promosse dalla persona stabilmente convivente; la l. 4 aprile 2001, n. 154, che ha introdotto nel codice civile gli artt. 342-bis e 342-ter, estendendo al convivente il regime di protezione contro gli abusi familiari; la l. 28 marzo 2001, n. 149, art. 7, che, sostituendo l’art. 6, comma 4, della l. 4 maggio 1983, n. 184, ha previsto che il requisito della stabilità della coppia di adottanti risulti soddisfatto anche quando costoro abbiano convissuto in modo stabile e continuativo prima del matrimonio per un periodo di tre anni.

Nessun diritto di successione ereditaria è invece previsto a favore del convivente superstite, con un’unica eccezione. Infatti, in ambito di diritto all’abitazione e rapporti more uxorio, si è affermato che il convivente può continuare nel rapporto di locazione eventualmente esistente in relazione all’immobile fino a quel momento utilizzato come casa “familiare“. In tal senso di è espressa la Corte Costituzionale nel dichiarare l’illegittimità costituzionale dell’art. 6, comma 1 della legge 392/1978 (c.d. legge sull’equo canone), nella parte in cui non prevede fra i successibili nella titolarità del contratto di locazione, in caso di morte del conduttore, il convivente more uxorio. Una forma ‘limitata’ di tutela in caso di morte di uno dei conviventi è poi assicurabile tramite la stipula di cosiddetti contratti post mortem. Non si tratta di testamenti bensì di accordi stipulati dai conviventi al fine di disporre benefici patrimoniali per l’evenienza che uno sopravviva all’altro.

In mancanza di accordi la giurisprudenza ricostruisce i rapporti di carattere economico tra conviventi attraverso lo schema dell’ingiustificato arricchimento ex art. 2041 cod. civ. e ricorrendo all’art. 2034 cod. civ. in materia di cd. obbligazioni naturali.

La Suprema Corte si è recentemente pronunciata in materia (Sez. i civile , sentenza 22 gennaio 2014, n. 1277).

Il caso di specie sorgeva dalla pretesa del partner, al termine della convivenza, di vedersi restituiet e le ingenti somme. versate in favore della propria compagna in costanza del rapporto. La Corte ha ritenuto che non spettasse alcuna restituzioni affermando che  i doveri morali e sociali che trovano la loro fonte nella formazione sociale costituita dalla convivenza more uxorio refluiscono, secondo un orientamento di questa Corte ormai consolidato, sui rapporti di natura patrimoniale, nel senso di escludere il diritto del convivente di ripetere le eventuali attribuzioni patrimoniali effettuate nel corso o in relazione alla convivenza (Cass., 15 gennaio 1969, n. 60; Cass., 20 gennaio 1989, n. 285; Cass., 13 marzo 2003, n. 3713; Cass., 15 maggio 2009, n. 11330)”.

E’ il caso di precisare, tuttavia, che in più risalenti pronunce la Corte aveva escluso simili conclusioni consentendo il ‘recupero’ di quanto versato dal convivente laddove gli importi fossero effettivamente ingiustificati e sproporzionati rispetto ai doveri morali e di solidarietà, così da sconfinare in forme di indebite locupletazioni di un partner a danno dell’altro.

JusDem Team

 

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