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6 dicembre 2014

L’eventuale provvedimento di separazione o divorzio non trasforma il comodato destinato a casa familiare in un “comodato precario”.

casa

 

Con la sentenza 2448 del 29 settembre 2014 le Sezioni Unite hanno posto fine ad un contrasto giurisprudenziale in tema di revoca del comodato avente ad oggetto la casa familiare.

Il comodato, com’è noto, è un contratto reale ad effetti obbligatori, essenzialmente gratuito, con il quale una parte, comodante, consegna all’altra, comodatario, una cosa mobile o immobile affinché se ne serva per un uso o un tempo determinato, con l’obbligo di restituire la medesima cosa consegnata. In particolare il codice disciplina due ipotesi di comodato, quello propriamente detto, regolato dagli artt. 1803 – 1809 c.c. e il c.d. comodato precario, disciplinato dall’art. 1810 c.c. come “comodato senza determinazione di durata”. Solo in questo caso, data la mancanza di un termine finale e l’impossibilità di stabilirne la determinazione dall’uso cui la cosa è destinata, è concesso al comodante di richiedere ad nutum il rilascio al comodatario. Laddove infatti il comodato è concesso per un tempo prefissato o comunque ricavabile dall’uso cui la cosa è destinato, la facoltà di richiedere immediatamente la restituzione della cosa è subordinata all’esistenza di un bisogno urgente e imprevisto.

In particolare, risultava controverso se, l’intervenuto provvedimento di separazione o divorzio fosse in grado a privare il comodato della determinazione del termine, ancorché implicita, per l’uso cui essa è destinata, vale a dire le esigenze del nucleo familiare. Sul punto la Cassazione a Sezioni Unite con la pronuncia 21 luglio 2004, n. 13603 aveva, a dir il vero, precisato che tale pronuncia non è in grado di determinare un mutamento della natura e del contenuto del contratto ma determina soltanto una concentrazione del titolo del godimento sul coniuge assegnatario. Infatti, “per effetto della concorde volontà delle parti, si è impresso allo stesso un vincolo di destinazione alle esigenze abitative familiari idoneo a conferire all’uso – cui la cosa deve essere destinata – il carattere implicito della durata del rapporto, anche oltre la crisi coniugale e senza possibilità di far dipendere la cessazione del vincolo esclusivamente dalla volontà, “ad nutum”, del comodante” (Cass. Sez. Un.21 luglio 2004, n. 13603).

In senso contrario si è posta, invece, Cass. 15986/10, la quale, sul presupposto della mancanza della determinazione di un termine, ha ritenuto il comodato concesso per i bisogni della famiglia integrante “la fattispecie del c.d. comodato precario, caratterizzato dalla circostanza che la determinazione del termine di efficacia del vinculum iuris costituito tra le parti è rimesso in via potestativa alla sola volontà del comodante, che ha facoltà di manifestarla ad nutum con la semplice richiesta di restituzione del bene, senza che assuma rilievo la circostanza che l’immobile sia stato adibito ad uso familiare e sia stato assegnato, in sede di separazione tra coniugi, all’affidatario dei figli”.

Con la sentenza in commento la Corte risolve il contrasto in favore dell’orientamento consolidato, inquadrando il comodato di specie nell’ambito di applicazione dell’art. 1809 c.c. Dice infatti la Corte: “E’ a questo tipo contrattuale che va ricondotto il comodato di immobile che sia stato pattuito per la destinazione di esso a soddisfare le esigenze abitative della famiglia del comodatario, da intendersi in tal caso “anche nelle sue potenzialità di espansione”. Trattasi infatti di un contratto sorto per un uso determinato e dunque, come è stato osservato, per un tempo determinabile per relationem, che può essere cioè individuato in considerazione della destinazione a casa familiare contrattualmente prevista, indipendentemente dall’insorgere di una crisi coniugale”.

Chiarisce quindi che il contratto di comodato, nella specie, si configura, più precisamente, come contratto a tempo indeterminato, il cui termine risulta dall’uso cui la cosa è destinato – dunque differente dal contratto a tempo determinato il cui termine è invece prefissato sin dall’origine, nonostante se ne applichi la medesima disciplina prevista dall’art. 1809 c.c. – radicalmente differente, tuttavia, dal contratto senza determinazione di durata disciplinato dall’art. 1810.

Al fine di evitare eventuali abusi da parte del comodatario la Corte evidenzia, in primo luogo, la necessità di verificare se ci sia la previsione di un termine finale che potrebbe impedire il protrarsi dell’occupazione e, in secondo luogo, la necessità di accertare, tenuto conto delle condizioni personali e sociali delle parti, dei loro rapporti, degli interessi perseguiti quale fosse l’effettiva volontà originaria delle parti.

Inquadrato il fenomeno in questione nella disciplina dell’art. 1809, ne discende che il comodante potrà richiedere la restituzione dell’immobile solo se sopravviene un urgente e imprevedibile bisogno. In proposito la Corte ha cura di ribadire che il bisogno non deve essere grave ma solo urgente, vale a dire imminente e attuale, oltre che serio, non voluttuario, né capriccioso o artificiosamente indotto.  Così ad esempio – riconosce la Corte – “non solo la necessità di uso diretto, ma anche il sopravvenire imprevisto del deterioramento della condizione economica, che obbiettivamente giustifichi la restituzione del bene anche ai fini della vendita o di una redditizia locazione del bene immobile, consente di porre fine al comodato anche se la destinazione sia quella di casa familiare”.

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