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26 giugno 2014

La responsabilità penale del medico e la difficile prova del nesso causale.

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Quella del medico è sicuramente una professione intellettuale, in quanto l’attività resa è un’opera frutto della capacità e della cultura del professionista.

In quanto prestatore di opera intellettuale, il medico è tenuto a quella che è definita un’obbligazione di mezzi: ciò significa che il medico sarà adempiente se avrà svolto la propria attività con diligenza e perizia richiesta al soggetto con le sue capacità (uno specialista), mentre il cliente nulla potrà pretendere se la prestazione ricevuta non gli ha procurato il risultato auspicato.

Il medico, tuttavia, può incorrere in varie specie di responsabilità: quella penale, quella civile e quella disciplinare.

La più difficile da provare è certamente la responsabilità penale, poichè non vi è una norma del codice penale che la preveda (eccezion fatta per le condotte dolose), bensì tale responsabilità è stata individuata attraverso lo sforzo interpretative di alcuni articoli del codice penale.

Può dunque essere utile tracciare le linee generali caratterizzanti tale tipo di responsabilità del medico, in modo da poter comprendere se nel proprio caso si è incorsi in un episodio di malasanità.

La responsabilità penale può essere dolosa o colposa:

-è dolosa quando ci troviamo dinanzi a trasgressioni volontarie e coscienti, quali: omissione di referto (art. 365 c.p.), interruzione illecita della gravidanza  (artt. 18 e 19 della L.194/1978), comparaggio (art. 170 T.U.L.S.), ed infine nei reati di violenza privata, ispezione corporale arbitraria ed incapacità mentale che possono configurarsi anche in seguito a trattamenti medico-chirurgo-anestesiologici, senza il consenso del paziente;

– è colposa quella forma di responsabilità che si realizza ai sensi dell’ art. 43 c.p., quando un medico per negligenza, imprudenza o imperizia (cd. Colpa generica), ovvero inosservanza di leggi, regolamenti, ordini e discipline (cd. Colpa specifica) cagiona senza volerlo, la morte o la lesione del “bene salute” di un paziente.

L’art. 43 c.p. prevede che: “il delitto è colposo o contro l’intenzione, quando l’evento, anche se preveduto, non è voluto dall’agente e si verifica a causa di negligenza, imperizia od imprudenza ovvero per inosservanza di leggi, regolamenti, ordini o discipline”

E’ importante distinguere i tre diversi profili della colpa generica.

La colpa per negligenza si determina nel momento in cui il soggetto assume, per errore ed ignoranza da lui ineccepibili, un comportamento omissivo volontario diverso da quello che la norma impone. Non è negligente il medico che omette di fare un determinato esame, ma colui che omette di applicare, senza giustificati motivi, ciò che la maggioranza dei suoi colleghi applica. Esempio tipico è quello del chirurgo che ha smarrito corpi estranei nel corpo del paziente.

Si ha responsabilità per imprudenza quando la condotta lesiva del medico è contraria alle regole sociali che indicano i doveri di accortezza e di prudenza. Il medico, quindi, omette di adottare le cautele indicate dalla comune esperienza o da precise regole, o addirittura tiene condotte temerarie. Rientra in questo ambito il comportamento del medico che, avendo in cura un malato di mente, lo rinchiude in una stanza omettendo la necessaria sorveglianza, per cui il degente causa la propria morte.

Infine, si avrà imperizia quando si è di fronte all’incapacità tecnica nell’esercizio di una determinatsa funzione, pertanto identificabile con una preparazione insufficiente, assenza di cognizioni indispensabili per l’esercizio dell’attività medica.

Uno degli aspetti più difficili da provare nell’ambito della responsabilità medica è il nesso causale tra l’evento dannoso e la condotta colposa del sanitario.

Nel corso degli anni sono state elaborate differenti e contrastanti teorie giurisprudenziali, risolte da un intervento delle Sezioni Unite con la decisione adottata nell’udienza pubblica del 10 luglio 2002, che ha rappresentato un momento di svolta nel dibattito in tema di causalità medica omissiva, la cd. sentenza Franzese.

Nella sentenza si afferma che il giudice deve verificare, caso per caso, che le risultanze probatorie siano in grado di condurre con certezza alla conclusione che la condotta omissiva del medico sia stata condicio sine qua non dell’evento lesivo, senza che alcun rilievo possa essere attribuito a fattori alternativi o cause sopravvenute di natura eccezionale, interruttive del nesso eziologico.

Questa certezza “processuale” essendo dedotta dalle risultanze processuali deve consentire “oltre ogni ragionevole dubbio” la configurazione del nesso eziologico, ed essa si accompagna, comunque, ad un giudizio ipotetico su base statistico-probabilistica, poiché esso è connaturale alla causalità omissiva.

La nozione che forse descrive al meglio il concetto di ragionevole dubbio è quella contenuta nel paragrafo 1096 del Codice Penale della California, secondo cui il ragionevole dubbio “è quella situazione che, dopo tutte le considerazioni, dopo tutti i rapporti sulle prove, lascia la mente dei giurati nella condizione in cui non possono dire di provare una convinzione incrollabile sulla verità dell’accusa

Le Sezioni Unite con la sentenza Franzese hanno, quindi, preso atto della complessità del problema causale e della necessità di trovare una soluzione il più possibile equilibrata in considerazione dei differenti valori in gioco in tale ambito: laddove all’esito dell’attività istruttoria persista un dubbio circa la reale efficacia condizionante della condotta medica omissiva rispetto alla successiva morte della paziente, il giudice deve pronunziare una sentenza di non luogo a procedure o di assoluzione.

A tal proposito, basti pensare che in Italia , ove i casi di “medical  malpractice” sarebbero circa 320.000 all’anno (di cui il 50{c50d788fd990179dc6a2939c5c60c88fb83b5aea826e8c88c40e1f09bc9031b5} evitabile) e gli errori mortali addirittura 90 al giorno, più dell’80{c50d788fd990179dc6a2939c5c60c88fb83b5aea826e8c88c40e1f09bc9031b5} dei processi si risolvono con l’innocenza dei medici imputati essendo per i motivi suesposti, particolarmente complesso distringuere tra avventi avversi, errore scusabile e colpa.

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