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3 giugno 2014

La proposizione della domanda di risoluzione in corso di giudizio, a seguito dello ius variandi ex art. 1453, non preclude la domanda di risarcimento del danno.

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Cass. S.U. 11 aprile 2014 n. 8510 «La parte che, ai sensi dell’art. 1453, secondo comma, cod.civ., chieda la risoluzione del contratto per inadempimento nel corso del giudizio dalla stessa promosso per ottenere l’adempimento, può domandare, contestualmente all’esercizio dello ius variandi, oltre alla restituzione della prestazione eseguita, anche il risarcimento dei danni derivanti dalla cessazione degli effetti del regolamento negoziale».

 

Con la pronuncia a Sezioni unite n. 8510 dell’11 aprile 2014 la Corte di Cassazione ha risolto il contrasto giurisprudenziale sull’ammissibillità della domanda di risarcimento del danno proposta in corso di causa a seguito del mutamento della domanda iniziale di adempimento di quella di risoluzione. Com’è noto, infatti, l’art. 1453 c.c. prevede che, nei contratti a prestazioni corrispettive, in caso di inadempimento, la parte fedele possa scegliere, a sua discrezione, di chiedere l’adempimento o la risoluzione del contratto, salvo in ogni caso il risarcimento del danno e precisando, poi, al secondo comma, che la domanda di risoluzione possa essere domandata anche quando il giudizio sia stato proposto per ottenere l’adempimento.

Fermo restando, dunque, la possibilità di mutare la domanda di adempimento in quella di risoluzione, controversa era la possibilità, a seguito del mutamento del petitum, di chiedere, contestualmente alla risoluzione, anche il risarcimento del danno, originariamente non chiesto.

Secondo un primo orientamento, infatti, (v. ad es. Cass. 23 gennaio 2012, n. 870; Cass. 14 marzo 2013, n. 6545), la deroga al divieto della modifica assoluta della domanda, prevista dal secondo comma dell’art. 1453,  non si estenderebbe anche alla domanda di risarcimento per quale invece sussisterebbero le preclusioni di cui all’art. 183 e 345 c.p.c., integrando, quest’ultima, un’azione del tutto diversa, sia per petitum che per causa petendi. Una variante di questo primo orientamento ritiene proponibile la domanda di risarcimento in concorso con quella di risoluzione solo se già proposta sin dall’origine, contestualmente alla domanda di adempimento.

Secondo un diverso orientamento, invece, (v. ad es. Cass. 31 maggio 2008, n.26325 ma già Cass. 29 novembre 1963, n. 2995),  la deroga al divieto del mutamento della domanda si estenderebbe anche al risarcimento del danno «essendo quest’ultima domanda sempre proponibile quale domanda accessoria sia di quella di adempimento si di quella di risoluzione, come espressamente previsto dall’art. 1453, primo comma, cod. civ.».

Le Sezioni Unite risolvono il contrasto aderendo all’orientamento estensivo articolando le ragioni a sostegno della decisione sulla base del seguente ragionamento:

–        l’art. 1453 offre alla parte fedele che ha chiesto l’adempimento, la scelta, venuto meno l’interesse alla prestazione o questa essendo divenuta impossibile, «di reagire all’inattuazione dello scambio passando alla domanda di risoluzione per inadempimento onde veder cancellato e rimosso l’assetto di interesse disposto con il negozio»;

–        le due azioni mirano a risultati coordinati e convergenti dal punto di vista funzionale; pur presentando infatti diversità di petitum «mirano a soddisfare lo stesso interesse del creditore insoddisfatto, consistente nell’evitare il pregiudizio derivante dall’inadempimento di controparte» (Cass. 29 novembre 2011, n. 15171), escludendo dunque un’alterazione della causa petendi, la quale si verificherebbe soltanto se a fondamento della domanda fosse posto un diverso inadempimento;

–        dall’art. 1453 si evince un sistema di tutela integrato che configura come possibile il cumulo tra l’azione di risoluzione e quella di risarcimento così come tra questa e quella di adempimento, prevedendo un coordinamento, in parte preclusivo, solo tra l’azione di adempimento e l’azione di risoluzione;

–        con la domanda di risoluzione la parte fedele non mira solo allo scioglimento del contratto liberandosi dalla sua prestazione, a tal fine essendo sufficiente opporre l’eccezione di inadempimento ex art. 1460. All’iniziativa risolutoria – afferma la Corte – «il contraente in regola è stimolato a rivolgersi anche per un interesse che va al di là della mera cancellazione del sinallagma: per conseguire la restituzione della propria prestazione, ove già eseguita, e per ottenere la riparazione del pregiudizio che abbia eventualmente sofferto a causa dello scioglimento del rapporto»;

–        precludere a chi in prima battuta ha chiesto l’azione di adempimento di poter azionare, nel corso del medesimo giudizio, l’azione risarcitoria, contrasterebbe con la finalità di concentrazione che il codice civile ha inteso perseguire accordando al contraente lo ius variandi nel corso del medesimo processo, dato che,  precisa sempre la Corte. «il risarcimento del danno scaturente dalla rimozione del contratto rinvenga la propria origine proprio nell’inadempimento della controparte agli obblighi contrattuali assunti e miri a far ottenere al risolvente un assetto economico equivalente a quello che gli avrebbe assicurato lo scambio fallito»;

–        la ratio dello ius variandi richiede, infatti, che, in occasione del mutamento della domanda in quella di risoluzione sia possibile chiedere anche il risarcimento del danno, oltre che il diritto alle restituzioni, «data la funzione che l’una e l’altra svolgono rispetto al rimedio diretto ad ottenere la rimozione degli effetti del sinallagma»;

–        l’ampliamento del tema d’indagine, a seguito della risoluzione non costituisce un’eccezione alla deroga prevista dall’art. 1453, 2 dal momento che anche la proposizione della risoluzione obbliga a prendere in considerazione circostanze diverse da quelle a fondamento dell’azione di adempimento, fermo restando la preclusione verso un diverso tema d’indagine. Per quanto poi la domanda di risarcimento non sia legata da un nesso di consequenzialità logico-giuridica con quella di risoluzione, costituisce «un tassello di un sistema complessivo di tutela, affidato[…]all’azione combinata di più domande: sistema nel quale, con l’affiancamento alla risoluzione della pretesa risarcitoria, si offre alla parte non inadempiente la soddisfazione del suo interesse a guardare al negozio, i cui effetti vengono eliminati grazie alla risoluzione, come fonte anche di un determinato assetto quantitativo del suo patrimonio»;

–        non vale neppure limitare il risarcimento solo quando la medesima domanda sia stata proposta sin dall’origine contestualmente alla domanda di adempimento, poiché anche in tal caso si verificherebbe un allargamento del tema d’indagine: mentre, infatti, il risarcimento del danno contestuale all’azione di adempimento è equivalente alla differenza tra un’esatta o tempestiva esecuzione del contratto e un’esecuzione inesatta o tardiva ma fermo restando il contratto, il danno scaturente dalla rimozione degli effetti del contratto, si ribadisce, in conformità ad un orientamento consolidato, è pari alla differenza tra la situazione scaturita dal fallimento della vicenda contrattuale ed il vantaggio che il contratto autorizzava a ritrarre.

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