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24 maggio 2015

La banca tra “concessione abusiva” e “rottura brutale” del credito

banche

 

 

 

 

 

 

 

 

Parlare della responsabilità della banca nell’erogazione del credito significa evocare immediatamente quello che è stato definito il “dilemma” del banchiere, il quale, in presenza di elementi che possano far sospettare una situazione di crisi del cliente affidato, viene a trovarsi fra due “fuochi”.

Qualora revochi il finanziamento, corre il rischio di essere attaccato dal debitore stesso per recesso ingiustificato dal rapporto (la cd. “rottura brutale” del credito) e di dover risarcire i danni che ne siano derivati (danni che potrebbero essere ingenti, se dalla revoca del fido sia disceso l’effettivo prodursi del dissesto dell’impresa e, quindi, del fallimento).

Se, invece, non lo revoca, corre il rischio di un’azione di responsabilità, questa volta extracontrattuale, per concessione abusiva di credito (in dottrina v. A. Nigro, La responsabilità della Banca nell’erogazione del credito).

La concessione abusiva del credito

La concessione del credito da parte delle banche è soggetta ad un sistema di regole volte a garantire la gestione sana e prudente dell’intermediario, e più in generale la stabilità complessiva, l’efficienza e la competitività del sistema finanziario (art. 5 TUB). Tali regole si traducono in un dovere di correttezza della banca, ovvero una regola di condotta che presuppone un’attività istruttoria nella fase decisionale relativa la concessione e/o la revoca dei finanziamenti (Cfr. Delibera CICR del 2 agosto 1996).

La concessione del credito si dice “abusiva” quando una banca concede, rinnova o proroga un finanziamento ad un’impresa che si trova in uno stato di grave crisi economica, pur essendo a conoscenza di questa situazione, con la conseguenza di ritardare l’emersione dello stato di insolvenza e l’apertura della procedura fallimentare a carico dell’azienda.

I requisiti necessari per qualificare come “abusiva” la concessione del credito sono, in primo luogo, la violazione delle regole sul merito creditizio e, in secondo luogo, il fatto che il soggetto finanziato versi in condizioni di decozione.

La concessione abusiva di un finanziamento non fa altro che mantenere in vita un’impresa ormai dissestata da un punto di vista patrimoniale, suscitando nel mercato la falsa impressione che si tratti di impresa economicamente ancora valida, così da indurre i creditori a continuare a contrattare con l’azienda e concludere affari con la stessa.

L’operazione di credito effettuata dalla banca comporta proprio sul patrimonio del debitore diversi effetti:
a) l’aumento del volume del debito che grava sul patrimonio;
b) il far sì che il debitore persista nella sua ormai ingiustificata presenza nel mercato, la quale inevitabilmente reca con sé l’ampliamento dell’esposizione debitoria verso una ampia serie di terzi, nei confronti dei quali vengano assunte obbligazioni.

La responsabilità per concessione abusiva del credito, qualificata come responsabilità extracontrattuale, dopo essere rimasta per un lungo tempo confinata al piano di un dibattito puramente dottrinale, sembra ormai saldamente entrata nella pratica giudiziaria, dopo il pieno riconoscimento che a tale figura è stato dato dalla Corte di Cassazione (cfr. Cass. Civ. n. 343/1993; Cass. Civ. 7029/2006).

Dall’abuso segue un pregiudizio di carattere plurioffensivo sia al patrimonio dell’impresa ingiustificatamente finanziata, sia alla garanzia patrimoniale offerta ai creditori concorrenti.

Per l’incompatibilità dell’impiego del finanziamento con le capacità produttive del finanziato (la cui operatività viene definitivamente ed inevitabilmente compromessa dall’insostenibilità degli oneri finanziari e dall’allargamento dell’insolvenza), l’abusiva concessione di credito comporta un pregiudizio e non un arricchimento del patrimonio del finanziato.

La banca che abbia concesso il credito in modo abusivo può essere chiamata a rispondere del danno provocato nel caso in cui abbia concorso negli atti di mala gestio degli amministratori. Ove il credito concesso dalla banca abbia determinato l’artificioso mantenimento dell’impresa o il ritardo nell’apertura della procedura concorsuale e l’una o l’altra di queste circostanze fossero configurabili come fonte di responsabilità degli amministratori nei confronti della società sovvenuta e dei suoi creditori ai sensi degli artt. 2393 e 2394 c.c., una responsabilità della banca potrebbe essere ricostruita come concorso o complicità della stessa appunto nell’inadempimento degli amministratori[1].

L’azione è data ai creditori che risultino pregiudicati dall’attività della Banca: tali sono ad esempio coloro che hanno perso il diritto ad essere soddisfatti in forza del privilegio che la Banca abbia ottenuto con la nuova concessione del credito e che così facendo sia andata a “garantire” un proprio credito prima chirografario.

La rottura brutale del credito

La Banca può, in applicazione della disciplina dei contratti di durata, recedere dal contratto di apertura di credito a tempo indeterminato con idoneo preavviso. Il preavviso non è necessario in presenza di una giusta causa di recesso, che deve essere indicata, in modo specifico, nella comunicazione di recesso immediato dal rapporto di conto corrente.

Se tale interruzione del credito è illegittima, in quanto posta in essere in difetto di preavviso o di adeguata motivazioni, questa interruzione può generare gravissime conseguenze sull’imprenditore (ad esempio l’impossibilità di utilizzare il conto corrente, l’impossibilità di adempiere alle proprie obbligazioni verso dipendenti e fornitori, verso i locatori di immobili o servizi).

La condotta della Banca, dunque, può determinare la drastica riduzione dell’attività di impresa o la sua insolvenza. Il danno che ne deriva, non facilmente determinabile (in quanto fondato soprattutto su presunzioni), può essere determinato in via equitativa.

Anche l’Arbitro Bancario Finanziario ha giudicato “contraria a buona fede la scelta dell’intermediario di procedere, senza alcun preavviso, alla quasi integrale riduzione dei finanziamenti erogati in favore del cliente. In mancanza di giustificazioni inerenti alla situazione economica del cliente – che avrebbe invece reso possibile una più graduale riduzione degli affidamenti” – tale condotta è stata qualificata come “interruzione brutale del credito”. [2]

Avv. Marcello Padovani

 

[1]   Si segnala un’unica isolata pronuncia emessa dalla giurisprudenza di legittimità in tal senso (cfr. Cass. Civ. n. 13413/10). E’ stata, infatti, riconosciuta al curatore la legittimazione ad agire, ai sensi dell’art. 146 l. fall., in correlazione con l’art. 2393 c.c., nei confronti della banca, in qualità di terzo responsabile solidale del danno cagionato alla società fallita per effetto dell’abusivo ricorso al credito da parte dell’amministratore della predetta società. Ciò, senza che possa assumere rilievo il mancato esercizio dell’azione contro l’amministratore infedele, in quanto, ai sensi dell’art. 2055 c.c., se un unico evento dannoso è imputabile a più persone, sotto il profilo dell’efficienza causale delle singole condotte, sorge a carico delle stesse un’obbligazione solidale, il cui adempimento può essere richiesto, per l’intero, anche ad un solo responsabile.

[2] Relazione 2013 ABF, https://www.arbitrobancariofinanziario.it/pubblicazioni/relazioniAnnuali/relazione-2013.pdf.

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