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9 gennaio 2015

Il sovraindebitamento dopo la l. n. 221 del 2012

Sommario: 1. Definizione e quadro normativo; 2. I presupposti di ammissibilità; 3. Segue: la rilevanza della colpa del debitore; 5. L’art. 124 bis TUB e il principio del credito responsabile; 6. I riflessi in punto di dogmatica del sovraindebitamento; 7. L’esdebitazione come nuova causa di estinzione dell’obbligazione.

1. Per sovraindebitamento si intende quella «situazione di perdurante squilibrio tra le obbligazioni assunte e il patrimonio prontamente liquidabile per farvi fronte, che determina la rilevante difficoltà di adempiere le proprie obbligazioni, ovvero la definitiva incapacità ad adempierle regolarmente» (art. 6, co. 2, l. 3/2012).

Tale la definizione che il nostro legislatore offre di un fenomeno socio-economico che tristemente interessa, già da alcuni anni, tutta l’area europea. E tale è la base giuridica di partenza nell’analisi di una produzione normativa che rappresenta l’esempio forse più significativo di quello che è stato ribattezzato “il diritto al tempo della crisi”[1].

Il legislatore nazionale, in realtà, si è dimostrato poco sensibile al problema del sovraindebitamento e restio nel darne regolamentazione, nonostante sollecitato sin dal 2009 con la Proposta Centaro, rubricata “Disposizioni in materia di usura e di estorsione, nonché di composizione delle crisi da sovra indebitamento”, persa nei meandri burocratici della Camera dopo essere stata approvata dal Senato[2]. Soltanto nel 27 gennaio 2012 la problematica del sovra indebitamento viene vestita di dignità normativa con la legge n. 3 che sconta, però, una sorta di mutilazione sul piano rimediale, tanto evidente quanto immediato è il raffronto in negativo con il decreto legge del 22 dicembre 2011 n. 212, più corposo nella sostanza ma debole nello spirito, proprio perché irrazionalmente contenuto in una decretazione d’urgenza.

La prima prova legislativa si è conclusa con un drastico cambiamento di rotta: da un approccio “forte” del problema del sovra indebitamento, affidato all’autorità giudiziaria e culminante in una rivoluzionaria soluzione esdebitativa, ad un approccio “minimalista” di gestione concordata dell’insolvenza, a cavallo tra gli istituti del concordato preventivo e della rinegoziazione dei debiti, con l’unica particolarità della predisposizione unilaterale dell’accordo per mano dello stesso debitore. In armonia con questa sorta di ibridazione, il legislatore non si è curato di predeterminare rigidamente gli esiti cui la procedura di sovra indebitamento poteva approdare che, dunque, ben potevano spaziare da una semplice dilazione di pagamento ad una remissione parziale del debito, passando per la datio in solutum, la rinegoziazione dei tassi d’interesse, la cessione di crediti e così via.

Unica certezza normativamente imposta era, prima delle recenti modifiche, la soddisfazione integrale dei creditori rimasti estranei all’accordo, ai quali poteva però essere imposta una moratoria della durata massima di un anno (mantenuta anche a seguito delle modifiche), fatta eccezione per i titolari di crediti impignorabili e sempre che l’esecuzione dell’accordo fosse (ieri come oggi) affidata ad un liquidatore.

Le carte in tavola cambiano nuovamente all’esito dell’approvazione del decreto legge n. 179 del 2012[3] (convertito dalla legge n. 221 dello stesso anno) con il quale il legislatore ha meglio delineato la figura del debitore non fallibile, separando il debitore in stato di sovraindebitamento dal debitore civile (o consumatore) e predisponendo tre differenti modelli procedurali: uno accessibile ad entrambi, uno riservato al solo consumatore e uno, residuale, finalizzato alla mera liquidazione dei beni del debitore[4].

Tutti e tre i procedimenti si presentano caratterizzati da una maggiore concorsualità rispetto alla precedente impostazione, che ben si coglie non solo nella procedura dedicata, in generale, al debitore non fallibile (artt. 10 e ss.), rispetto alla quale la percentuale dei crediti necessaria ai fini dell’omologazione dell’accordo è scesa dal 70{c50d788fd990179dc6a2939c5c60c88fb83b5aea826e8c88c40e1f09bc9031b5} al 60{c50d788fd990179dc6a2939c5c60c88fb83b5aea826e8c88c40e1f09bc9031b5}, ma anche e soprattutto nella procedura di sovraindebitamento del consumatore (artt. 12 bis e ss.) omologabile anche senza il raggiungimento di alcuna maggioranza, a seguito di una mera valutazione giudiziale di opportunità del piano proposto dal debitore.

2. Fatta eccezione per tali differenze, facilmente prevedibili alla luce del favor consummator che attraversa tutte le più recenti novità legislative, i presupposti di ammissibilità alle procedure sono gli stessi: il debitore deve proporre un piano di ristrutturazione con il quale sia quantomeno assicurato il regolare pagamento dei crediti impignorabili, il pagamento integrale (pur se dilazionato) dei tributi costituenti risorse proprie dell’Unione europea, dell’imposta sul valore aggiunto e delle ritenute operate e non versate, il pagamento (quantomeno) parziale nei confronti dei creditori privilegiati, salvo che la liquidazione in base al valore di mercato non assicuri un ricavato maggiore. Ai fini della credibilità del piano di ristrutturazione (che, ribadiamo, può avere i contenuti più vari in relazione al quomodo) è prevista la possibilità per il debitore di farsi assistere da uno o più garanti personali.

Un simile mutamento di rotta, comprensibilmente, ha sollevato non pochi dubbi in merito alla opportunità legislativa di sostituire alla volontà del creditore una volontà collettiva, per c.d. di “classe”, così subordinando il perfezionarsi del nuovo vincolo obbligatorio ad un evento non riconducibile alla suitas del soggetto attivo. Circostanza ancora più evidente nel caso in cui il debitore sia un consumatore, poiché (come già detto) allora la procedura si perfeziona per il tramite della mera omologa del piano di risanamento ad opera del Tribunale, subordinata ad una verifica di solidità del piano e di meritevolezza della condotta tenuta dal consumatore stesso, senza la necessità di una partecipazione ex parte creditoris, neppure nella forma imperfetta già descritta con riferimento al debitore comune.

Si tratta, come è noto, di un meccanismo che ritroviamo solo nella disciplina dedicata al fallimento dell’imprenditore, caratterizzata da una specialità “forte”, giustificabile (ed anzi, storicamente giustificata) sulla base della diversa incidenza dell’attività posta in essere dal debitore fallibile rispetto a quello comune, potenzialmente in grado di arrecare danno o beneficio ad una pluralità pressoché indistinta di individui[5]. Sennonché, la storia ci dimostra come il fenomeno del sovra indebitamento per le dimensioni assunte e l’effetto domino cui conduce è ben capace di produrre riflessi dirompenti sull’economia anche quando involge un debitore non fallibile ossia un consumatore (o un ente collettivo). Circostanza, questa, che ha comprensibilmente indotto il legislatore nazionale ad introdurre un meccanismo di gestione concorsuale del sovraindebitamento che mima quello già da tempo previsto per il debitore fallibile.

3. Il nuovo art. 12 bis della l. n. 3 del 2012 subordina l’omologazione dell’accordo alla previa esclusione del fatto «che il consumatore ha assunto obbligazioni senza la ragionevole prospettiva di poterle adempiere ovvero che ha colposamente determinato il sovraindebitamento, anche per mezzo di un ricorso al credito non proporzionato rispetto alle proprie capacità patrimoniali». La verifica circa l’inesistenza della colpa del debitore ossia, in positivo, circa la sua astratta ragionevole capacità di adempiere alle obbligazioni assunte, sembra richiamare il concetto di buona fede fondante la categoria dell’inesigibilità, pur se in un ottica allargata, comprensiva di un indagine a tutto campo sulla situazione patrimoniale e obbligatoria del debitore. Ciò che, appunto teorizza una recente dottrina nel sottolineare che «conditio sine qua non perché possa stilizzarsi un potere o una facoltà del debitore di gestire in executivis la propria illiquidità è avviare una rimodulazione del rapporto tra debito e patrimonio, non trattandoli alla stregua di «fratelli separati» quanto e piuttosto in un’ottica di interdipendenza la quale, mettendo in risalto la sproporzione tra le obbligazioni contratte ed il patrimonio esistente, dischiuda una legittimazione ad opporre delle cause di sospensione dal pagamento tutte le volte che la rilevante difficoltà di adempiere possa venire vinta soltanto sacrificando altre libertà fondamentali dell’obbligato»[6].

Questa applicazione dell’istituto dell’inesigibilità al sovraindebitamento esula dallo schema tradizionale, in quanto (almeno in prima battuta) non sono rinvenibili nel sovraindebitamento interessi del debitore da considerarsi preminenti rispetto a quelli dei creditori in un’ottica comprensiva dei valori costituzionalmente tutelati. Né pare scontata la riconduzione della crisi del debitore alla categoria degli impedimenti soggettivi della prestazione.

Tuttavia, con riferimento alle obbligazioni pecuniarie, l’esaltazione della natura relazionale del denaro come ideal unit induce a spogliare la condotta del debitore della sua tradizionale portata di poiesi, per connotarla come un corredo del momento centrale del rapporto obbligatorio, che va identificato nel conferimento di un valore. Parallelamente, gli interessi preminenti che vengono in gioco nel sovraindebitamento vanno determinati de relato ossia con riferimento a quei beni che diverrebbero inaccessibili per il sovraindebitato se questi pagasse il suo debito nonostante la sua personale situazione di crisi.

Inoltre, tale lettura aiuta a mettere in luce come la figura dell’inesigibilità non solo sia cucita addosso alla prestazione ma sia capace di alterare il normale svolgersi delle vicende obbligatorie: l’impossibilità temporanea che va a braccetto con la inesigibilità (al punto tale che non si riesce a ben distinguere se venga prima l’una o l’altra) non solo impone al creditore di tollerare la paralisi del rapporto e di non chiedere la prestazione ma impedisce che da uno stato patologico quale la mora nasca, in caso di danno da ritardo, un’obbligazione risarcitoria, a nulla rilevando neppure la regola dell’aggravamento del rischio in capo al debitore moroso.

D’altro canto, la sola attrazione dei rapporti patrimoniali facenti capo al debitore non fallibile nell’ottica concorsuale non determina di per sé la loro estinzione. Al contrario: per espressa previsione normativa, l’omologa dell’accordo di ristrutturazione dei debiti non produce alcun effetto novativo e, ovviamente, non estingue le posizioni debitorie ma le modifica per di più temporaneamente. Ciò che estingue l’obbligazione è, invece, l’esito esdebitativo che, non solo non è un necessario corollario della procedura di sovraindebitamento ma rappresenta il frutto di una scelta legislativa autonoma sia sotto il profilo temporale sia da una prospettiva teleologica.

4. Se il legislatore del 2012 ha da ultimo deciso di attribuire rilevanza alla colpa del debitore, manca ad oggi uno strumento che permetta di distinguere tra creditore diligente e creditore negligente.

È questa una lacuna comprensibile alla luce dell’indifferenza che il codice civile riserva alla condotta del creditore, il quale pur obbligato a comportarsi secondo buona fede in considerazione della naturale tendenza eterorealizzativa del credito, non è gravato da ulteriori specifici obblighi.

Tuttavia, la scelta del legislatore novellante nel Codice del Consumo e nel Testo Unico Bancario (TUB) sul punto è diversa e ben si giustifica alla luce della tendenza all’analiticità che caratterizza le norme dedicate ai contratti con asimmetria di potere contrattuale, ispirate ad una logica protettiva nei confronti della parte affetta da deficit informativo ossia, tipicamente, il consumatore-cliente.

Oltre a tutti gli specifici obblighi che gravano in capo al finanziatore in fase pre e post contrattuale l’art 124 bis TUB impone allo stesso finanziatore un obbligo di verifica del merito creditizio ossia della sostenibilità del finanziamento da parte del debitore in base alla capacità patrimoniale di quest’ultimo.

Ben lontana dal potersi qualificare come norma di autogoverno, efficace solo nei confronti del finanziatore[7], questa disposizione costituisce espressione normativa del principio del credito responsabile che, a partire dalla dir. 2008/48/CE, quantomeno affianca quello dell’auto responsabilità del cliente-consumatore. La disciplina del prestito responsabile «mira a tutelare innanzitutto il consumatore sia nei confronti di possibili abusi legati al contratto di finanziamento che riguardo al rischio di sovraindebitamento. E come abbiamo in precedenza sottolineato, tale normativa mira anche a tutelare i creditori e lo stesso interesse generale: infatti il controllo del sovraindebitamento è funzionale ad un corretto governo della finanza pubblica e del sistema di welfare»[8].

L’omessa o errata verifica del merito creditizio determina, quindi, in capo al cliente-consumatore quantomeno il diritto a vedersi risarciti i danni che ne derivano, essendo l’art. 124 bis TUB la regola madre della fase preliminare alla conclusione dei contratti di finanziamento.

Tuttavia, la mancanza di una esplicita previsione normativa in tal senso sembra limitare la portata dell’obbligo risarcitorio solo nei rapporti interni tra finanziatore e cliente, rendendo inefficace la norma in parola nei rapporti tra creditori. Ciò che,a rigore, dovrebbe condurre all’impossibilità di distinguere tra il creditore che ha diligentemente erogato il finanziamento all’esito della verifica circa la solvibilità del cliente e il creditore che invece lo ha erogato in spregio a qualsiasi verifica, così concorrendo a determinare lo stato di sovraesposizione debitoria. Eppure la violazione dell’art. 124 bis TUB,a seguito dell’introduzione della disciplina sul sovraindebitamento, si rivela in primo luogo potenzialmente dannosa proprio per quei creditori che, incolpevolmente, vengono attratti nella logica concorsuale e costretti a rinunciare all’esattezza della prestazione loro dovuta.

Delle due l’una: o si sposa un’interpretazione evolutiva dell’art. 124 bis, estendendone la portata anche al di là del singolo rapporto cui inerisce – ma la forzatura sarebbe forse fin troppo vistosa – oppure si resta in attesa di una ulteriore modifica legislativa in tal senso.

6. Il sovraindebitamento si atteggia quale rimedio posto a ridosso del disallineamento tra debito e garanzia patrimoniale generica. Questa circostanza ha sollevato, in dottrina, diversi interrogativi circa la compatibilità della procedura di sovraindebitamento con l’impianto codicistico delle obbligazioni, in particolar modo di quelle aventi ad oggetto una somma di denaro.

Invero, l’opera del legislatore del ’42 è fortemente orientata in senso intersoggettivo e il rapporto obbligatorio che ne risulta pare cucito addosso alla dialettica debitore/creditore, senza che elementi esterni ne possano contaminare le sorti. L’indifferenza rispetto alla consistenza del patrimonio del debitore nel momento genetico del debito e alla proporzionalità tra la garanzia generica e il debito stesso rimane palpabile[9] nonostante la predisposizione di meccanismi di ristrutturazione (assumano essi le sembianze della remissione, della novazione, dell’accollo, della datio in solutum, etc.).

Con il sovraindebitamento si assiste, da un lato, alla riaffermazione del principio della par condicio creditorum (essendo la procedura chiaramente orientata ad un equa ripartizione tra i creditori del costo dell’insolvenza del debitore), dall’altro lato, ad una commistione tra i singoli rapporti obbligatori facenti capo al sovraindebitato.

La perdurante crisi del sovraindebitato è un concetto relazionale e, in quanto tale, si misura mettendo a confronto la consistenza della garanzia patrimoniale generica, da un lato, con la complessiva esposizione debitoria, dall’altro lato, determinando in caso di incongruenze l’attrazione di tutte le vicende obbligatorie in una logica concorsuale. Dogmatica vuole, invece, che al di fuori della dimensione giudiziale di tutela del credito, i singoli rapporti obbligatori facenti capo al debitore rimangano reciprocamente impermeabili. In altri termini: il principio di maggioranza e la dimensione concorsuale, ispirate all’esigenza di garantire la parcondicio creditorum, non tangono l’intricata realtà obbligatoria del debitore civile e, in questo, la disciplina del sovra indebitamento rappresenta un inedito, neanche più smorzato dall’essere, l’accordo tra sovra indebitato e creditori, di natura meramente negoziale, come prima delle recenti modifiche legislative.

Ciò conduce a due considerazioni: non solo la reciproca indifferenza che caratterizza le diverse posizioni di debito-credito come consegnataci dalla tradizione non esiste più, ma l’importanza dell’art. 2740 c.c. ai fini della sopravvivenza del vincolo obbligatorio si estende ben al di là di quei mezzi di conservazione che il libro VI del codice civile mette a disposizione del creditore.

Così, la scansione logica della vicenda segue queste fasi: i) crisi del debitore, i singoli rapporti obbligatori sviluppano di fatto una dipendenza reciproca; ii) le prestazioni dovute dal debitore diventano temporaneamente impossibili per impossibilità soggettiva[10] e, qualora non ricorra la colpa del debitore nella causazione dello stato di crisi, inesigibili; iii) la perdurante inesigibilità suggerisce l’attrazione della complessiva vicenda in logiche concorsuali, soprattutto per tutelare le ragioni del credito e il principio della par condicio creditorum; iv) viene ripartito pro quota tra i vari creditori il c.d. danno da sovraindebitamento, non accollabile al debitore stante l’esonero da responsabilità che l’inesigibilità impone; v) subentra l’eventuale esito premiale della esdebitazione, strumentale a garantire il successo della procedura (in termini di sua diffusione) e a mantenere il consumatore nel mercato, l’impossibilità della prestazione diviene definitiva e i rapporti obbligatori si estinguono.

7. L’ultima modifica normativa è valsa ad introdurre nella disciplina del sovraindebitamento l’istituto dell’esdebitazione. In precedenza non era previsto alcun beneficio liberatorio per il sovraindebitato; circostanza che, a detta di molti, è stata la causa principale dell’insuccesso dell’istituto. Nella logica macroeconomica del fresh start, l’introduzione dell’esdebitazione risponde a mere esigenze di benessere del mercato ed è funzionale alla diffusione della procedura in commento ma va da questa stessa procedura tenuta sostanzialmente distinta rappresentandone un esito meramente eventuale.

L’esdebitazione viene oggi concessa con decreto dal giudice su ricorso debitore sentiti i creditori non integralmente soddisfatti che, ricorrendone i presupposti, possono sempre proporre reclamo o istanza di revoca. È poi prevista, in particolare, l’esclusione dal beneficio dell’esdebitazione per il debitore che abbia posto in essere condotte strumentali ad aggravare il proprio stato di dissesto, a favorire alcuni creditori in danno di altri, a ostacolare o ritardare la procedura, etc.

Particolarmente significativo è, a tal riguardo, il rapporto di antitesi funzionale che caratterizza l’esdebitazione, da un lato, e la generalità della garanzia patrimoniale oltre che l’autonomia concettuale che caratterizza il principio concorsuale e quello esdebitativo. La scelta operata da ultimo in favore di entrambi, non ne determina la commistione: il principio concorsuale è strumentale ad una ripartizione pro quota del sovraindebitamento tra tutti i creditori, mentre solo l’esdebitazione «alla stregua di un’assicurazione contro il rischio di insolvenza, rende definitiva una soddisfazione solo parziale»[11]. Circostanza che trova conferma nell’espressa esclusione normativa di alcun effetto novativo con riguardo all’accordo di ristrutturazione.

Una volta omologato l’accordo i singoli rapporti obbligatori con esso coattivamente ristrutturati né mutano né si estinguono, neppure all’esito degli adempimenti previsti nel medesimo accordo, che è fisiologicamente precario e revocabile nel caso in cui venisse scoperta una frode in danno dei creditori coinvolti. L’unica via per definire in modo tombale i rapporti ristrutturati è l’esdebitazione, concessa con decreto dal giudice su ricorso debitore sentiti i creditori non integralmente soddisfatti. È poi prevista, in particolare, l’esclusione dal beneficio dell’esdebitazione per il debitore che abbia posto in essere condotte strumentali ad aggravare il proprio stato di dissesto, a favorire alcuni creditori in danno di altri, a ostacolare o ritardare la procedura, etc.

L’esdebitazione, dunque, e non l’attrazione delle vicende obbligatorie facenti capo al sovraindebitato all’interno di meccanismi concorsuali, determina il venir meno del vincolo obbligatorio e, in quanto tale, rappresenta una nuova causa tipica di estinzione delle obbligazioni, financo di quelle pecuniarie tradizionalmente considerate inestinguibili.

Avv. Federica Forcellini

 

[1] Cfr. Aa.Vv., Le obbligazioni e i contratti nel tempo della crisi economica, cit., passim. S. Mazzamuto, Il contratto europeo nel tempo della crisi, in Europa e dir. priv., 2010.

[2] In realtà, la preistoria del sovraindebitamento risale al 2001, quando l’Adiconsum deposita presso il CNEL un progetto di legge finalizzato alla predisposizione di un meccanismo di gestione concorsuale della crisi del debitore non fallibile, che ha successivamente interessato anche le discussioni in sede di riforma della legge fallimentare, senza però mai tradursi in un provvedimento normativo. Cfr. Dir. fall., 2003, I, 2064 ss. e Dir. fall., 2004, I, 845 ss.

[3] Cfr. L. Panzani, La composizione delle crisi da sovraindebitamento dopo il d.l. 179/2012, in www.treccani.it/magazine/diritto; G. Rojas Elgueta, Allocazione del rischio di credito e insolvenza concorsuale: oltre la distinzione fra debitore civile e commerciale, in Riv. crit. dir. priv., 2013, 465 s.

[4] Cfr. F. Macario, Sovraindebitamento e procedure di esdebitazione per i debitori “non fallibili”. Il completamento della riforma, in Oss. dir. civ. e comm., 2012.

[5] G. Bonelli, Del fallimento (Commento al Codice di commercio), I, Vallardi, 1923.

[6] Così S. Pagliantini, Il debito da eccezione a regola, Relazione al convegno SISDIC tenutosi a Napoli il 9 maggio 2014. «Quand’è così, l’evoluzione del debito da eccezione a regola passa, questo si vuol dire, anche per il medio di un’interpretazione evolutiva dell’art. 2740 c.c., nel senso che la responsabilità da situazione a contenuto indeterminatamente mutevole si avvia sempre più a trasformarsi in una condizione ad oggetto predefinito, col qualificativo ad indicare non un debitore chiamato a rispondere del proprio obbligo con tutti i beni che si trovi ad avere al tempo dell’inadempimento quanto e piuttosto un debitore responsabile secondo delle “concrete modalità di … attuazione” (così di Majo, Debito e patrimonio nell’obbligazione, Le obbligazioni e i contratti nel tempo della crisi economica, Italia e Spagna a confronto, a cura di G. Grisi, Jovene, 2014, 35, n.d.a.)».

[7] D. Maffeis, Molteplicità delle forme e pluralità di statuti del credito bancario nel mercato globale e nella società plurale, in NLCC, 4/2012, spec. p. 745, ove si legge «La banca non deve prevenire il pericolo di sovraindebitamento. (…) Perché pur a fronte della previsione dell’art. 124 bis t.u.b., secondo cui la banca “valuta il merito del credito” resta il caveat emptor, non esiste un principio del prestito responsabile – lo dimostra la stessa circostanza che l’obbligo di valutazione del merito di credito non è esteso agli intermediari del credito –, ma la banca deve assolvere a penetranti doveri informativi, prima della concessione del credito o di un aumento dell’importo del credito già concesso. La banca resta libera di non concedere credito in vista della raffigurazione del pericolo di insolvenza del debitore. Deve, certo, “evitare comportamenti non prudenti” ed osservare “pratiche responsabili” (artt. 6 d.m. 3 fennraio 2013 n.d.a.): ma la prudenza e la responsabilità riguardano la banca e la sua stabilità, non il cliente».

[8] Così G. Piepoli, Sovraindebitamento e credito responsabile, in BBTC, 1/2013, 44 ss.

[9] Scrive A. di Majo, Il rapporto tra debito e patrimonio del debitore, in Le obbligazioni e i contratti nel tempo della crisi economica cit., 23-24: «Il patrimonio, com’è noto, costituisce solo la garanzia generica del creditore. Su di esso il creditore non può vantare un diritto specifico, salvo le cause legittime di prelazione, ma solo azioni per la sua conservazione (art. 2900 e segg. c.c.). Vincolo funzionale, e non già genetico, vuol dire in concreto che il debitore non risponde del “debito” con i mezzi del suo “patrimonio” ma esclusivamente con il suo agire diligente ex art. 1176 c.c., in vista dell’adempimento, anche se poi, sul terreno della tutela contro l’inadempimento, è la responsabilità patrimoniale (e non più personale) e quindi “i mezzi” ad entrare in azione (art. 2740 c.c.). La responsabilità patrimoniale (art. 2740 c.c.) resta dunque fuori del debito, è una situazione soggettiva che si pone a latere di esso, rappresentandone la copertura in vista dell’inadempimento. Le sue vicende (sia in senso positivo che negativo) non toccano direttamente il “debito”». Cfr. anche V. M. Trimarchi, Patrimonio (nozione generale), in Enc. dir., XXII, Giuffré, 1982.

[10] Soggettività che non va ricollegata al dogma della volontà di cui alle dottrine che rintracciano nel giudizio di responsabilità del debitore un giudizio soggettivo fondato sulla colpa (cfr. U. Natoli, L’attuazione del rapporto obbligatorio. t. II. Il comportamento del debitore, Tratt. Cicu-Messineo-Mengoni, Giuffré, 1984; A. di Majo, Delle obbligazioni in generale, Comm. Scialoja-Branca-Galgano, sub art. 1176, Zanichelli, 1988) ma alla natura dell’impedimento che, pur dovendosi valutare sulla scorta di un giudizio oggettivo, si riferisce ad una sola delle parti del rapporto obbligatorio. Cfr. L. Mengoni, voce Responsabilità contrattuale, cit.

[11] Così G. Rojas Elgueta, Allocazione di rischio del credito e insolvenza concorsuale: oltre la distinzione tra debitore civile e commerciale, in Riv. crit. dir. priv., 2013, 473-474.

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