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3 febbraio 2015

Il delitto di sostituzione di persona nel web

Il punto di partenza della presente trattazione non potrà che essere rappresentato dall’analisi del reato di sostituzione di persona.

L’art. 494 c.p. punisce “chiunque, al fine di procurare a sé o ad altri un vantaggio o di recare ad altri un danno, induce taluno in errore, sostituendo illegittimamente la propria all’altrui persona, o attribuendo a sé o ad altri un falso nome, o un falso stato, ovvero una qualità a cui la legge attribuisce effetti giuridici“.

E’ importante evidenziare come il reato de quo sia sussidiario rispetto ad ogni altro reato contro la fede pubblica, sussidiarietà che si evince dall’inciso contenuto nella seconda parte della disposizione dove viene precisato “se il fatto non costituisce un altro delitto contro la fede pubblica“.

L’elemento oggettivo è costituito dal fatto di indurre taluno in errore, sostituendo illegittimamente la propria all’altrui persona, o attribuendo a se o ad altri un falso nome, o un falso stato, ovvero una qualità cui la legge attribuisce effetti giuridici.

Passando all’analisi specifica delle varie forme (tassative) di manifestazione del reato occorre precisare come la “sostituzione della propria all’altrui persona” si configura tutte le volte che si assume un atteggiamento atto a dimostrare che si è un’altra persona.

L'”attribuzione di un falso nome” si concretizza nell’assunzione di un’identità diversa dalla propria.

Il nome in questa ipotesi è inteso in senso ampio e comprende oltre al nome di battesimo ed al cognome, anche la paternità, la maternità, il luogo e la data di nascita, secondo la dottrina è sufficiente ad integrare il delitto anche l’attribuzione di un’identità immaginaria.

Sempre in riferimento al nome, autorevole dottrina ritiene che per integrare il reato basta anche il semplice mutamento di una vocale o consonante del proprio nome (ad esempio un soggetto dichiara di chiamarsi Manlio mentre il vero nome è Mario).

Si ha “attribuzione di un falso stato“, invece, quando ci si attribuisce uno status come la cittadinanza, parentela, stato libero o coniugale diverso da quello reale.

L’elemento soggettivo richiesto è il dolo specifico in quanto l’agente deve commettere il fatto “al fine di procurare a se o ad altri un vantaggio o di recare ad altri un danno“.

Tale aspetto, riduce notevolmente l’area di punibilità delle condotte descritte dalla norma, laddove il non voler procurare a se o ad altri un vantaggio o recare ad altri un danno esclude tutta una serie di ipotesi che altrimenti verrebbero punite, come ad esempio, la condotta di un minore che dichiari di essere maggiorenne per vanto.

La finalità può anche essere di natura non economica (come lo scopo di evitare una perquisizione) ovvero non illecita (come nel caso di chi si attribuisca un falso nome al mero fine di poter partecipare ad un evento esclusivo).

Altro elemento fondamentale per l’integrazione del delitto previsto dall’art. 494 c.p. è l’induzione in errore del soggetto passivo che coincide con il momento consumativo del reato.

Infatti, il delitto di sostituzione di persona si consuma nel momento in cui il soggetto passivo viene indotto in errore con i mezzi indicati dalla legge.

Quanto alla possibilità di integrare il reato de quo  sul web, la Cassazione si è pronunciata con una serie di sentenze degne di nota.

Ad esempio è stata analizzata la partecipazione ad aste on-line con l’uso di uno pseudonimo, giungendo alla conclusione che a tale pseudonimo deve necessariamente corrispondere una reale identità, accertabile on-line da parte di tutti i soggetti con i quali vengo concluse transazioni.

Quindi, si configurerà il delitto di sostituzione di persona, nella condotta di colui che, dopo aver creato un account di posta elettronica lo utilizzi attribuendosi falsamente le generalità di un diverso soggetto, inducendo così in errore gli altri utenti della rete, nei confronti dei quali le false generalità siano declinate e con il fine di arrecare danno al soggetto le cui generalità sono state abusivamente spese (Cass. 12479/2011).

Ulteriormente, gli ermellini hanno ravvisato gli estremi del reato in questione nella condotta di colui che crei ed utilizzi un “account” di posta elettronica, attribuendosi falsamente le generalità di un altro soggetto, inducendo in errore gli utenti della rete internet nei confronti dei quali le false generalità siano destinate e con il fine di arrecare danno al soggetto le cui generalità siano state abusivamente spese (Cass. 46674/2007).

Da ultimo, la Suprema Corte ha stabilito che il delitto può essere realizzato anche con l’utilizzo di uno pseudonimo o “nickname”.

Invero, i nickname vengono utilizzati nelle comunicazioni via internet e con essi le persone si attribuiscono un’identità meramente virtuale (in quanto destinata a valere esclusivamente nello spazio telematico), tuttavia tali pseudonimi sono comunque dotati di una dimensione concreta, visto che proprio tramite essi possono avvenire comunicazioni in rete idonee a produrre effetti reali nella sfera giuridica altrui, cioè di coloro ai quali il “nickname” è attribuito.

Per tali motivi, quindi, nelle ipotesi in cui non vi siano dubbi sulla riconducibilità del nickname ad una ben determinata persona fisica, esso assume i medesimo valore dello pseudonimo ovvero di un nome di fantasia, la cui attribuzione, a se o ad altri, integra pacificamente i delitto sanzionato dall’art. 494 c.p. (Cass. 18826/2013).

 Luciano Cappetta

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