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4 febbraio 2016

Il dovere di chiarezza della Banca e la consapevolezza del risparmiatore

La materia del diritto finanziario torna di gran moda con le questioni dei nuovi scandali della Banca Popolare di Vicenza e di Veneto Banca, scandali che secondo alcuni commentatori assumono già dimensioni più gravi del caso Parmalat.

Al proposito anche in questi casi si riscontra talvolta un formale adempimento da parte delle Banche di quelli che sono gli obblighi meramente informativi: ma il consumatore non è tutelato dalla mera informazione su ciò che sottoscrive.

Quando anche una completa informazione è data, ciò che conta davvero è la consapevolezza del risparmiatore o investitore in merito a ciò che forma oggetto della sua scelta. L’oggetto dell’investimento ed il rischio che si va a correre con lo stesso deve essere chiaro.

In questo senso si è ormai uniformata la giurisprudenza e si veda, tra le tante la Sentenza Cass. n. 7776/2014 di cui si riportano di seguito alcuni brevi passaggi.

La normativa in tema di diritto di recesso prevista in favore del risparmiatore dall’art. 30, commi 6° e 7°, D.Lgs. n. 58/1998, si applica sia nel caso di contratti di collocamento di strumenti finanziari in senso tecnico, sia nel caso di mera negoziazione di titoli (la Corte ha specificato che l’art. 56 ­quater del D.L. 21 giugno 2013, n. 69 non è norma di interpretazione autentica e pertanto non sana la nullità dei contratti privi dell’indicazione della facoltà di recesso conclusi prima del 1 settembre 2013).

Le regole comunitarie e nazionali che disciplinano il contenuto e la forma dei contratti di investimento impongono all’intermediario ed all’emittente il dovere del clare loqui, ovvero di “parlare chiaro”. A livello di legislazione nazionale, il precetto in questione è ribadito: dagli articoli 1175 e 1375 c.c., i quali pongono a carico dei contraenti un obbligo di informazione e chiarezza; è desumibile dall’articolo 21 del D.Lgs. n. 58 del 1998, nella parte in cui impone agli intermediari di “operare in modo che i clienti siano sempre adeguatamente informati”; è enunciato dal regolamento Consob n. 11522/98 e dall’allegato 7 allo stesso, ove si impone all’intermediario di “illustrare all’investitore in modo chiaro ed esauriente (…) gli elementi essenziali dell’operazione, del servizio o del prodotto”.

Il dovere di chiarezza imposto agli intermediari ed agli emittenti di strumenti finanziari per quanto riguarda il contenuto e la forma dei contratti di investimento è un corollario indefettibile del dovere d’informazione: l’uno e l’altro hanno lo scopo di colmare le “asimmetrie informative” tra risparmiatore ed intermediario. Il risparmiatore è dunque titolare di un diritto il cui corretto e proficuo esercizio dipende dal possesso di informazioni che gli debbono essere fornite da altri e che esige un “consenso informato”.

Il diritto di recesso dell’investitore nell’offerta fuori sede di servizi di investimento trova applicazione sia ai contratti conclusi in esecuzione di un contratto di collocamento in senso stretto, stipulato tra l’emittente del titolo e l’intermediario che in tal modo si obbliga alla rivendita dello stesso al pubblico, sia a tutti gli altri contratti di vendita di strumenti finanziari rientranti tra i servizi di investimento.

L’operazione finanziaria consistente nell’erogazione al cliente, da parte di una banca, di un mutuo contestualmente impiegato per acquistare per conto del cliente strumenti finanziari predeterminati ed emessi dalla banca stessa, a loro volta contestualmente costituiti in pegno in favore della banca a garanzia della restituzione del finanziamento, dà vita a un contratto atipico unitario, la cui causa concreta risiede nella realizzazione di un lucro finanziario e che va sussunto tra i servizi di investimento.

Il dovere di chiarezza imposto agli intermediari ed agli emittenti di strumenti finanziari in ordine al contenuto ed alla forma dei contratti di investimento non può essere assolto in modo puramente formale, con la conseguenza che si deve evitare di sottoporre al risparmiatore profluvi di documenti disseminati di tecnicismi e solecismi, senza che alcuno provveda a chiarirne il significato. Il requisito di chiarezza in questione può mancare sul piano morfologico (impiego di lemmi di uso non comune) ed anche sul piano sintattico (adozione di periodi oscuri, rinvii, ipotassi, anacoluti).

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