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28 maggio 2014

Acquisto di stupefacenti per uso personale: se non fai il nome dello spacciatore è favoreggiamento?

Il reato di favoreggiamento di cui all’art. 378 cod. pen., per quanto qui interessa, punisce “Chiunque, dopo che fu commesso un delitto per il quale la legge stabilisce … la reclusione, aiuta taluno a eludere le investigazioni dell’autorità, o a sottrarsi alle ricerche di questa”.

La pena prevista è la “la reclusione fino a quattro anni.

Il reato evoca l’ipotesi classica di colui che, subito dopo un fatto di reato, aiuti il colpevole a nascondersi.

L’area dell’illecito penale, in realtà, è sensibilmente più ampia.

In particolare la giurisprudenza si è a lungo interrogata se il reato di favoreggiamento richieda necessariamente (i) che “il favoreggiante” tenga una condotta attiva, cioè  si adoperi concretamente per aiutare il colpevole (ad es. nascondendolo) (ii) ovvero sia sufficiente una condotta omissiva, cioè reticente, che non consiste in azioni attive finalizzate a “sottrarsi alle ricerche” o ad “eludere” le indagini.

In sostanza: chi resti in silenzio, richiesto di informazioni da parte dell’autorità investigativa in merito ad un fatto di reato, commette il reato di favoreggiamento?

La letteratura giuridica e la giurisprudenza hanno offerto soluzioni contrastanti al problema.

Nel senso dell’impossibilità di configurare un favoreggiamento in caso di semplice silenzio si sono addotti due principali argomenti: (i) anzitutto, il favoreggiamento costituirebbe un reato di ‘mera condotta’ e (ii) sotto altro profilo, il soggetto cui si contesta il reato, in realtà, non avrebbe un obbligo giuridico di impedire l’evento, costituito dalla lesione della regolarità delle indagini. Pertanto al soggetto reticente sarebbe inapplicabile l’art. 40 del cod. pen. secondo cui “non impedire un evento che si ha l’obbligo giuridico di impedire equivale a cagionarlo”.

Il contrasto interpretativo è stato composto in una importante pronuncia delle Sezioni Unite della Cassazione (5 giugno 2007, n. 21832).

Il caso riguardava un soggetto che in due successive occasioni aveva rifiutato di fornire alla Polizia Giudiziaria informazioni atte a identificare le persone che facevano traffico di stupefacenti in un parco cittadino in cui era stata rilevata la sua assidua presenza. Il medesimo soggetto, inoltre, era altresì risultato acquirente di una modica quantità di droga. Per tale comportamento, tuttavia, attesa l’irrilevanza penale della condotta di acquisto per consumo personale emersa dalle indagini, era stato assolto.

Ebbene, i giudici, hanno rilevato che il termine “aiuto” cui si riferisce l’art. 378 cod. pen. debba intendersi con significato di larga accezione, comprensivo di ogni atteggiamento, di azione così come di omissione, ivi compreso quello di chi rifiuti o semplicemente si astenga dal fornire notizie utili per l’accertamento di un delitto.

Così la Suprema Corte ha riconosciuto che,  al di là delle classiche ipotesi di favoreggiamento (ad esempio il caso di un avvocato che convochi chi ha sporto una denuncia contro il suo assistito al fine di agevolarne la posizione processuale) la norma punirebbe tutta una serie di comportamenti puramente ostruzionistici “caratterizzati non da un ‘attivazione del reo per impedire o intralciare le indagini, ma semplicemente dall’intenzione di non collaborare con le autorità inquirenti”.

La pronuncia potrebbe destare qualche perplessità: in sostanza, infatti, si afferma chi va esente da pena per aver acquistato stupefacenti per uso personale potrebbe rischiare una sanzione, particolarmente grave, per aver omesso il nome dello spacciatore. Inoltre l’obbligo di collaborare in fase investigativa presenta possibili profili di interferenza con il diritto a tacere (jus tacendi) di chi si vede sottoposto ad indagine per un reato.

In realtà è la medesima pronuncia poc’anzi richiamata a distinguere il caso in cui il soggetto acquirente una modica quantità di droga sia ascoltato dagli inquirenti come persona sottoposta a indagini o come persona informata sui fatti. Solo in questo secondo caso, infatti, le sue dichiarazioni potranno essere utilizzate contro di lui e condurre all’accusa di favoreggiamento a suo carico. Inoltre non è da escludere l’applicabilità dell’art. 384, cod. pen. che prevede un’esimente per il reato in questione nel caso in cui il silenzio sia necessitato dall’esigenza di salvarsi “da grave e inevitabile nocumento nella libertà o nell’onore”.

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